03 ago 2013

Domenica 18 agosto presentazione libro "Minima ruralia"

Domenica 18 agosto nell'ambito della mostra pomologica sul pomodoro a Pontremoli in piazza della Repubblica alle ore 16,30 presentazione del libro "Minima ruralia" a cura dell'autore Massimo Angelini

L’autore: Massimo Angelini vive tra Savona e il Minceto di Ronco Scrivia. Dottore di ricerca in Storia Urbana e Rurale, è autore di saggi dedicati alla storia delle mentalità, ai processi di formazione delle comunità locali fra antico regime ed età contemporanea, alla tradizione rurale, alla cultura della biodiversità, alle comunanze e alle titolarità collettive. Per trent’anni si è interessato al recupero e alla tutela delle varietà ortive tradizionali. Coordina la rete nazionale Semi Rurali.

Oggi si occupa soprattutto di antropologia filosofica e studi sul sacro e sulla concezione simbolica del mondo.

Estratto di alcune pagine dal libro "Minima ruralia" di Massimo Angelini
INTRODUZIONE
Cercare semi
Se vuoi cercare le verdure, la frutta e i grani di una
volta, quelli che vengono dal tempo prima degli
ibridi, riprodotti di anno in anno e a volte passati
da mano rugosa a mano giovane, lascia da parte
internet, dimentica il telefono, non ti curare di cosa se
ne dice o se ne legge. Se li vuoi cercare, bisogna che ti
muovi a piedi, paese per paese, cascina per cascina; e
non ti scoraggiare quando ti dicono che sono scomparsi:
qualche volta sono solo “invisibili” allo sguardo
e alla memoria. Ci vuole pazienza, gusto per l’ascolto
e rispetto perché chi è anziano, se ancora li conserva,
accetti di mostrarteli o di mostrarne la semenza.
Di luogo in luogo, su indicazione di altri informatori, a
caso o “a naso”, nel corso degli anni 1980 mi ero recato
dai contadini che avevano visto l’ultima guerra, in cerca
di notizie sulle vecchie qualità di un tempo.
Qualche volta l’incontro avveniva per strada, qualche
volta ero invitato a entrare in casa, a parlare di fronte
a un caffè o a un bicchiere di vino “del nostro”.
E il copione si ripeteva con buona regolarità. Nel
presentarmi azzardavo “sono un ricercatore”, ma alla
gente non è mai così chiaro cosa faccia un ricercatore;
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sapevo che, per poco o per tanto, mi toccava essere osservato
con santa diffidenza, ché neppure è facile spiegare
perché t’interessi delle colture e delle piante di una
volta. Poi, terminate le presentazioni, le diffidenze e le
cortesie di rito, emergevano lenti i nomi delle varietà, le
loro caratteristiche, i modi della semina e della raccolta,
i tempi delle rotazioni, come si riproduceva la semenza
e come si scambiava, ma anche qualche spiraglio sull’emigrazione,
sulla guerra e sul tempo prima della guerra,
giù nell’imbuto della memoria fino ai ricordi d’infanzia.
Verso la fine dell’incontro, cavavo dalle tasche cosa
avevo trovato nei paesi vicini e, senza dire nulla, lo mostravo:
se lo riconoscevano, riprendeva il racconto.
Così ho fatto all’inizio delle mie ricerche e di nuovo
dieci e più anni dopo, quando, per un paio di inverni,
tra il 1996 e il 1998, ho girato con tre patate in tasca, e
alcuni fagioli, qualche spiga di grano, una pannocchia
di mais Ottofile, una mela e una piccola rapa.
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METODO
Ragionando sulle parole disincarnate del nuovo
marketing dei prodotti e del territorio, quelle parole
che qualche volta vestono il nulla, penso
alle risorse spese ogni giorno per progettisti, studiosi
e consulenti che, in nome dell’agricoltura locale, della
biodiversità e del recupero delle terre marginali, trasformano
il denaro pubblico in progetti che spesso non
sono altro che esercitazioni letterarie, carta. E, pensando
ai tanti progetti vuoti che ho incontrato e ai loro
committenti, propongo una semplice verifica per sapere
quanto quei progetti pesano sulla bilancia della realtà.
In un giorno d’inverno, nel tardo pomeriggio, all’ora
del tramonto, sali in alto, in costa, dove puoi guardare
dentro una valle i suoi paesi. E quando il sole si è infilato
nell’orizzonte conta le luci che si accendono una
dopo l’altra, e continua a contarle fino a un’ora dopo il
tramonto.
Piancasale, 14 case, una luce; Fontanafredda, 11
case, 3 luci; Lònesi, 21 case, quattro luci; Sulmolino, 13
case, nessuna luce.
La luce e il fumo dal camino tradiscono la presenza
degli abitanti. Abitanti, non residenti: risiede chi è
iscritto in un registro: può esserci o non esserci, e a volte
ci risiede solo per pagare meno imposte o per altri inganni;
ma abita chi tiene accesa la luce durante l’inverno.
Piani, progetti, interventi. Sono certo che sulla
montagna negli ultimi venti anni sono stati più i consulenti
dei contadini. Tutti pronti a “valorizzare”, a
“promuovere” il territorio, i suoi prodotti, la sua cultura,
il paesaggio, le vocazioni ... forse, sopra ogni cosa, il
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loro interesse professionale e il credito politico di chi
li sostiene e con le loro parole e le loro carte si veste in
pubblico.
Poi – terminati i progetti, pagati i consulenti – risali
quella costa e ricomincia a contare.
Io l’ho fatto: Piancasale, 14 case, nessuna luce; Fontanafredda,
11 case, 2 luci; Lònesi, 21 case, una luce;
Sulmolino, 10 case (3 nel frattempo sono crollate), nessuna
luce.
Ecco, questo potrebbe essere un metodo per misurare
la validità delle proposte e delle azioni degli enti
che dicono di volere “valorizzare” e “promuovere” la
montagna: dopo alcuni anni, una sera d’inverno, si sale
in alto e si contano le luci. Ce n’è qualcuna in più? Anche
una sola?
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TERRA E AUTONOMIA
Impara a farti i semi e a riprodurre il tuo cibo: sarai
più vicino alla terra e guadagnerai in libertà e consapevolezza.
Per conservare i semi, raccoglili con la Luna calante,
poi falli seccare bene, ché più sono asciutti più si
conservano, quindi tienili in un luogo fresco, asciutto e
al buio, protetti da topi e insetti. Puoi usare bustine di
carta o barattoli ermetici oppure buste per il sottovuoto:
qualunque sia il contenitore, scrivici sopra i nomi di
specie e varietà, e il giorno di raccolta.
Un modo sicuro per conservare a lungo i semi è
quello di riporli nel congelatore: il freddo non ne pregiudicherà
la germinabilità. Se non usi il congelatore,
per i legumi e il mais potrai aggiungere qualche grano
di pepe o foglie di alloro, ché terranno lontane càmole
e tonchi.
Al di là di questi sistemi, ricorda che la conservazione
dei semi più sincera, semplice e vitale è quella che si
fa in terra, anno dopo anno.
Per la nostra autonomia e per quella delle nostre
comunità, per avere più consapevolezza di ciò che mangiamo,
e quindi di una parte importante della nostra
vita, per rispetto di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda,
per costruire una buona armonia tra l’ambiente
che ci circonda (e il suo clima) e le nostre necessità di
nutrirci e di mantenerci in buona salute, è bene che il nostro
cibo e le nostre bevande siano prevalentemente basate
su prodotti, conoscenze e – per quanto sia ragionevolmente
possibile – su risorse (acqua e fonti di calore) e utensili del
luogo dove viviamo e dei suoi immediati dintorni.
Così l’alimentazione di chi vive nelle valli interne è
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normale ed è semplice che sia diversa da quella di chi
vive sul mare, in montagna o in pianura, perché diversi
sono i prodotti che la terra offre in un luogo piuttosto
che in un altro, e l’alimentazione è diversa di luogo
in luogo, di clima in clima, di quota in quota. E se un
luogo (e le terre che lo circondano) non dà sufficiente
varietà di prodotti per avere un’alimentazione sana e
nutriente ... forse quel luogo non è adatto per viverci.
Allo stesso modo bisognerebbe guardare con un po’
di cautela i cibi che vengono da troppo lontano, soprattutto
quelli che in sé portano l’impronta emotiva del
colonialismo e ancora oggi condizionano l’economia di
interi popoli (e la nostra salute). Quali sono? Soprattutto
... caffè, cioccolato, the e zucchero.
TRA LE PIEGHE DI QUESTE VALLI
Alleva il castagno sui versanti che guardano a
nord e coltiva l’orto dalla parte del mezzogiorno,
se possibile a sud-est, così che il primo sole
porti via la rugiada della notte.
Ricorda che i tuberi e le radici vogliono la terra
sciolta, i ceci la chiedono magra, la vite preferisce quella
bianca o rossa.
Se hai un bosco (meglio se è di castagno), cintalo
e affidalo ad animali che ci pascolino e lo mantengano
pulito; pensa di lasciarci pascolare un maiale: farai poco
lavoro e ne otterrai gran frutto.
Ricorda che le vacche nostrane sulle fasce ci vivono
bene e sono più frugali e resistenti delle altre: la Cabannina
(cercala in val d’Aveto) è adatta per produrre latte;
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due appunti per non concludere
Federica Riva nel libro I frutti della memoria (Pentàgora,
Savona-Milano 2013), ricorda che i contadini
non parlano di “varietà”, ma di “qualità”, e
che quelle tramandate o in uso fin dal tempo della loro
infanzia essi le chiamano “vecchie”: non “antiche”, “tradizionali”
... semplicemente vecchie qualità. Ha ragione,
è così.
E gli animali li chiamano “bestie”, e in questa parola,
in quel mondo, non c’è nulla di spregiativo. I cereali
sono “grani” o “granoni”, gli ortaggi sono “erbe”, “verdure”,
piantine”, sopra la terra; sotto, “radici,”. La parola
“ecotipo” non la conoscono, ma dicono “selvatiche” le
erbe o le piante per dirle “spontanee”. Anche “cultivar”
è una parola tecnica: se amassimo farci capire da tutti,
potremmo dire varietà (o qualità) “commerciali”; anche
se, parlando proprio delle cultivar, la traduzione “varietà”
è bugiarda, perché la loro selezione è orientata
all’uniformità e in esse c’è ben poco di vario.
Bisognerebbe aggiustare le parole e riscrivere parte
del libro.
o
Con lo sdoganamento del Fascismo che ha accompagnato
gli anni 1990 è seguita una “riabilitazione”
del mondo contadino (che a quel tempo
della politica era stato associato). Una riabilitazione
romantica, nostalgica, retorica, addolcita di sapori della
nonna e di vita genuina di una volta: una vita immaginata
lontana dallo stress, dai conflitti, dai tumori. Ma
sappiamo che la retorica imbalsama la vita, ne spegne la
luce, come un’alchimia inversa trasforma l’oro in ottone
e alla fine tutto suona come il ciocco della latta, poi trasforma
i luoghi in altari, le persone in eroi, ogni cosa è
capovolta nella sua caricatura e alla fine il suo racconto
distorto, depurato dalle contraddizioni e dalle inopportunità,
serve per la pedagogia del presente.
Così è stata addomesticata la Resistenza, così il
mondo contadino.
Esteti, ecologisti, nuovi signorotti di campagna (“la
città, che luogo orribile: non ci si può più vivere!”), intellettuali
con la sciarpetta: pronti per un nuovo iddilio,
per una nuova moda, per teorizzare il ritorno alla terra
di chi non c’è stato e, perciò, dalla terra non se n’è mai
andato.
“Che pace, che bene, la vita in campagna!”, mi dice
lui che ha tanti libri in casa, mani morbide, sguardo
senza febbre. E mi fa pensare a un giorno in val d’Aveto
e a una signora di città che, guardando da lontano una
vecchia piegata sul campo, aveva detto amabilmente:
“Guardate, com’è poetico: la vecchietta che raccoglie
l’erba!”. “No signora, faccia attenzione: quella donna
non sta raccogliendo nulla, è solo piegata - avevo tuonato
con un lento filo di voce - Forse è artrosi”.
Lui, come tanti, ripete un po’ assente, meccanicamente:
“Bellissimo! Come vorrei abitare qui, lontano
dalla città ... Certo, la vita di paese è un’altra cosa!”.
Ignorando che tra i molti venti che percorrono il mondo
rurale c’è anche un’aria bastarda che intride di umido e
meschinità ogni campagna. Si annida ovunque, ma più
facilmente la puoi respirare sui monti della miseria, nei
paesi abbandonati: luoghi cupi, dove tra le case cariate
ora senti solo il vento e puoi cogliere che, come un pa-
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